Mani vuote

Niuno dell’intero mondo.

Scappava,

scappava ignuda sotto

il suo labile mantello

di coltri accese dallo sfolgorar

promiscuo della candida pace.

Come se fosse veramente Iddio

ad accenderle il fulcro amoroso,

come se fosse veramente Iddio

a decider la sua sorte inquieta.

Non lasciava oltraggiare

il pasto dell’aniello

scosceso nella Pasqua

d’oltralpe. Cingeva le mani

mentre la mente frizzava

d’oblio e speranza.

Quali altre sorti screanzate

e insufficienti andava ancora pregando

– niuno dell’intero mondo era

abile in quell’empirismo –

macinando origami d’asfalto

sulle fauci disastrate e callose?

Carponi si aggrumavano le

finte festicciole della vita

mentre con assalto frontale

s’immedesimava nell’attimo

in cui sarebbe dipartita per sempre

nell’imperativo dell’eterno

sonno terrestre.

 

Lettera a sostegno dei professori dell’Istituto Federici di Trescore B.rio (BG)

Mi ritrovo un po’ sconcertata dinanzi a ciò che è accaduto ai docenti del liceo Federici di Trescore Balneario. Sono avvenimenti che lasciano l’amaro in bocca, soprattutto perchè ricordano un sistema che si staglia su basi ben poco democratiche.

Io ho frequentato la ragioneria del Lorenzo Lotto di Trescore, quindi nonostante non sia stata dello stesso loro Istituto, ho vissuto con loro nello stesso edificio. Sono vicina a questi professori, perchè ricordano alcuni dei miei, i quali spingevano per un’emancipazione e un recupero della coscienza non solo come studenti, ma soprattutto come cittadini. Più volte abbiamo toccato i temi della Shoah, della Resistenza, dei Campi di Concentramento Nazisti.

Anche in quegli anni la Resistenza era fatta da persone che secondo le visione comune andavano contro lo Stato, ma se non ci fosse stata la Resistenza, come potremmo giustificarci, in che modo potremmo, noi italiani, definirci orgogliosi per aver preferito la dignità umana, piuttosto che l’idea di Stato che percorreva quel periodo? A scuola ci hanno insegnato – e spero continueranno a farlo per sempre – i motivi, i valori, le battaglie della Resistenza. Cittadini comuni che sceglievano di mettere a repentaglio la loro stessa vita per il bene comune, per restare umani, per difendere ed esaltare come risorsa imprescindibile le differenze negli uomini, per agire secondo coscienza d’amore e non d’indifferenza e paura. Ed era questo che secondo quel momento storico andava contro lo Stato, soprattutto perché l’idea di Stato dell’epoca non era associata a quella di popolo: vigeva una dittatura. Ora però dobbiamo iniziare a riprendere coscienza del fatto che lo Stato siamo tutti noi e non soltanto i politici che possono prendere iniziative che ledono la libertà dell’individuo: libertà di conoscenza, di apprendimento, di pensiero, di libera iniziativa, di insegnamento. Il TAV è un argomento sicuramente molto controverso, abbiamo una parte che lo vuole a tutti i costi, e un’altra che invece combatte contro di esso. E poi c’è un’altra parte, quelli che Dante inseriva nell’Antinferno, ovvero gli ignavi, quelli che lui giudicava indegni sia delle gioie del Paradiso, sia delle pene dell’Inferno, perché nella loro vita non si erano schierati né a favore del bene, né del male. Ed è proprio questo che i professori devono fare, dare sufficienti elementi per far nascere negli studenti un concreto spirito di critica. Studiare nozioni non è solo arricchimento culturale, ma è la base per poter scegliere. La conoscenza sta alla base della vita di ogni cittadino, di ogni uomo ed è per questo che qualsiasi attività che aggiunga saperi ai giovani deve essere preservata e non ostacolata. Ogni gemma di istruzione deve essere curata e trattata come un tesoro prezioso e raro, ed è quando essa si insedia nell’immaginario e nel panorama di uno studente, che essa diviene miracolo dell’uomo.

Ho sperimentato nella mia stessa carriera scolastica che quando qualcosa si vede, si tocca o quando viene assimilato grazie all’immedesimazione, questo rimane con più forza all’interno della nostra memoria. Per questo motivo la mia gita di quarta superiore è stata caratterizzata dalla Risiera di San Sabba a Trieste, dal Ghetto Ebraico e dalla Sinagoga di Venezia. Ma non perchè il tema della memoria debba trasformarsi in un feticcio, ma perchè come abbiamo avuto modo di verificare nel corso della storia, ricordare il passato non è mai abbastanza, soprattutto se questo serve per non ripetere gli stessi errori nel futuro. Gli avvenimenti più recenti lo confermano: la stessa Ungheria, a causa della crisi, sta finendo nel Fascismo, e recentemente a Torino è stato bruciato un campo Nomadi dai cittadini: perciò dobbiamo assolutamente tenere presente che nel secolo scorso, ma con strascichi anche in quello odierno, siamo stati razzisti, fascisti, antisemiti, anche se fingiamo di non esserlo, dimenticando il terzo articolo della Costituzione.

Mostrare agli studenti cosa sta avvenendo in Val Susa, significa permettere loro di scegliere da che parte stare. Sappiamo tutti i motivi di chi sostiene il TAV, ma raramente i notiziari, quando trattano questo argomentano, raccontano anche le tesi che spingono le persone comuni ad occupare, a combattere, ad opporsi all’Alta Velocità. È per questa ragione che possiamo, DOBBIAMO portare studenti in qualsiasi luogo si pensi possa andare contro il popolo, l’ambiente, la cultura, il patrimonio artistico, i diritti, la libera informazione, il welfare, la dignità umana. Non voglio paragonare il TAV all’antisemitismo, ma voglio però far notare che la denuncia fatta dal deputato torinese del PD Stefano Esposito, annoverava tra le motivazioni “lezioni contro lo Stato”, stando al discorso fatto prima, bisogna ad un certo punto rispondere alla domanda “Cosa possiamo considerare contro lo Stato?”.

Il mio invito ora va ai genitori, i quali troppo spesso si sono macchiati di indifferenza e poca attitudine all’educazione del propri figli. Dovete fare un passo in avanti in difesa dei professori, e non contro, informarvi per capire le motivazioni che hanno spinto i docenti a portare i vostri figli in quei luoghi. Agli altri docenti delle scuole pubbliche, chiedo di portare gli studenti a visitare la Val Susa, i luoghi dove avvengono soprusi, forme di ingiustizia, dove ci sono cittadini che ritornano al collettivo per combattere a favore del bene comune, dove ci sono i giovani che occupano le piazze ed edifici pubblici per manifestare le loro idee inascoltate, mostrate ai giovani che ci si deve battere per la giustizia, la legalità, il rispetto, la democrazia, l’umanità. Mostrate ai giovani che non esiste solo una via, quella dell’individualismo e dell’indifferenza, al contrario la nostra mente e il nostro cuore sono in grado di cavalcare strade non battute se animate da una forte passione per l’altro, il diverso, il popolo. Sta proprio nel coraggio degli insegnanti a determinare quello degli studenti, e io voglio che questa generazione sia coraggiosa, perchè verranno tempi in cui dovremo esserlo tutti, ad iniziare dai giovani. Io vorrei avere al mio fianco, nella lotta contro le ingiustizie, persone capaci di prendersi carico dei problemi delle persone, capaci di organizzarsi per perseguire degli ideali di verità e libertà, persone che non si accontentino delle righe scritte sul libro di testo, ma che da esso partano da soli per una ricerca critica di conoscenza più approfondita e veridica, persone in grado di prendere tra le mani argomenti scomodi e andare avanti grazie al proprio coraggio e alla passione per giustizia sociale. Queste sono le basi che costituiscono l’Istruzione Pubblica, ed è per questo motivo che ogni genitore dovrebbe sostenere queste cause, ed ogni politico dovrebbe sponsorizzare queste tipologie di attività.

Io sono a sostegno dei professori del liceo Federici di Trescore, in nome della libertà di informazione e della Pubblica Istruzione, ora viene da chiedersi, i cittadini da che parte decidono di stare? Verità o rigore? Democrazia o sottomissione?

Rompere l’alone di Bacco

Non si sa mai che fare

con queste luci

accese nella notte fluorescente

di chi non ha mai avuto

nulla a che fare con i sogni

arguti delle foci di un fiume

che fa fatica a defluire nel

mare di una notte di inverno

che pretende l’estate

senza fretta e angustia.

Speranze vane e senza tetto

di squallori infiniti

e amori falliti

sul nascere senza procedimenti

e corteggiamenti popolari

di una plebe fatta di gente.

E io so solo quanto sfondo

nell’odio per costoro che si illuminano

e non vacillano nemmeno per

un instante a galoppare

le fauci del leone stanco

e affamato che si trascina

ma non cede tra le sterpaglie

insofferenti e maliziose di una

canzone futile senza ganasce

ma con la determinazione e la modestia

di diventare importante

soglia del cuore di lei.

E io che inciampo tra

i disdicevoli tranelli

di marciapiedi sudati

e solinghi, arrivo all’anima

della sola me stessa che conosco

e disconosco, amo e allontano

con gioia e spregiudicata

stoltezza.

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Guardarsi e parlarsi.

Sono i lividi

a determinare

il tempo trascorso.

La nube argentea

abbarbicata alle

fronde dei pensieri

non è altro che

luce fioca

rimasta impressa.

Determinata solo

dalla deformazione

scoscesa e romantica

del cielo nascosto

dentro ad un cranio

sfortunato e ordinario.

Ogni esaltazione

incastrata secondo

i piani, le predizioni,

il mio spassionato e

folgorante

intelletto lavoratore.

Atlantide

Come se fossi altro da me

è stato il verdetto

inconsapevole e inconscio

di un momento quasi

all’apice della vita.

Senza che di vita poi

si possa continuare:

a sforzare un minimo

disorientamento

simultaneo alla linea

d’ombra che mi

costruisco costantemente.

Alla ricerca di un niente perduto

cavaliere immaginario

dell’oltre sconcertato e spiazzante,

veritiero strumento di lingua

e dente e taglio.

Sospirare e non trovare

e non vedere il desiderio

ma solo e comunque acqua

che cammina sulla valle del niente

a sporcare le mani

e profanare dolori.

Crescere e non individuare

i valori contrastanti

della vita alitata

a sbafo, sbuffando, sbeffeggiando

la coltre di schiuma verdognola

dell’intelletto imbalsamato,

costernato, mollato a se stesso

e alle onde di un tempio che non c’è.

Senza me, solo da me,

ad aizzare ottoni sgargianti e fiati

salubri senza calore umido.

Necessito argomentare

ogni minuto, spulciare il fato,

il miscredente, l’abate

sceso dalla montagna dell’eremitaggio.

Scopro onde intonse in mezzo

alle crepe e agli angoli

fatiscenti dell’Atlantide

che c’è in me.


Curiosa sensazione.

No, non muovetevi
c’è un’aria stranamente tesa
c’è un gran bisogno di silenzio
siamo come in attesa.

No, non parlatemi
bisognerebbe ritrovare
le giuste solitudini
stare in silenzio ad ascoltare.

L’attesa è una suspense elementare
è un antico idioma che non sai decifrare
è un’irrequietezza misteriosa e anonima
è una curiosità dell’anima.

E l’uomo in quelle ore
guarda fisso il suo tempo
un tempo immune da avventure
o da speciale sgomento.

No, non muovetevi
c’è un’aria stranamente tesa
e un gran bisogno di silenzio
siamo come in attesa.

Perché da sempre l’attesa è il destino
di chi osserva il mondo
con la curiosa sensazione
di aver toccato il fondo.

Senza sapere
se sarà il momento
della sua fine
o di un neo-rinascimento.

Non disturbatemi
sono attirato da un brusio
che non riesco a penetrare
non è ancora mio.

Perché in fondo anche il mondo nascente
è un po’ artista
predicatore e mercante
e pensatore e automobilista.

E l’uomo qualunquista
guarda anche lui il presente
un po’ stupito
di non aver capito niente.

L’attesa è il risultato, il retroscena
di questa nostra vita troppo piena.
è un andar via di cose dove al loro posto
c’è rimasto il vuoto.

Un senso quieto e religioso
in cui ti viene da pensare
e lo confesso ci ho pensato anch’io
al gusto della morte e dell’oblio.

No, non muovetevi
c’è un’aria stranamente tesa
e un gran bisogno di silenzio
siamo tutti in attesa.

L’attesa – Giorgio Gaber

Euphòria

Le mani del mondo

mi avvolgono il fiato.

Inalo il sangue della vita

a colpi di asma cronica.

Mi lascio vincere.

Non mi ci voleva. Io ora devo curarmi. Devo curarmi del male che ho vissuto e sopportato e accolto nelle ultime settimane. Devo curarmi dal torpore pestilenziale che riempiva le mie giornate e devo modificarlo in profumo di timo ed eucalipto. Devo sfrecciare senza paura nella mia vita e vedere di nuovo l’alba della speranza abbracciarmi il cuore e sezionarmi l’anima. Devo spingere quello che ho dentro verso un nuovo futuro, verso nuove possibilità. Non posso affliggermi per inezie e sciagure come queste, non posso ancora permettermi di rischiare di farmi male e scorticarmi il ventre dalla passione. Non devo lasciare che mi vinca in un modo così prevedibile e senza opporre resistenza. Io sono forza e sangue, sono caimano e ninfea, sono spiaggia e onde. Non posso centrifugarmi di nuovo tutti i brandelli in cui sono ridotta. Chiedermi se sia giusto, anche solo chiedermi è sbagliato. Non posso salvarmi in questo modo. Io devo portarmi a riva nuotando con orgoglio e fermezza, bracciata dopo bracciata, senza paura di mettere bocca e naso sotto acqua. Devo essere un’abile nuotatrice della mia vita, non posso farmi portare, gestire da un soccorritore di passaggio, giunto lì per caso. Sono donna oramai, sono donna che deve gestire, immagazzinare, creare, distruggere, ricostruire tutto ciò che possiede e che ha intorno per se stessa e nessun altro. Non posso camminare tra le sterpaglie e graffiarmi i forti polpacci, come se fossi una camminatrice azzardata, che butta nello zaino la vita alla rinfusa e non sceglie perché dimentica il raziocinio su un vagone che porta a est. Io non concederò il mio cuore fino al momento in cui non sarò di nuovo pace e integrità, non porterò davanti all’amore me stessa. Non trasmetterò il mio volere a seguirlo. Perchè io non posso ancora seguire l’amore, perchè non c’è, perchè lo sento e basta, perchè non si vede.

Ma io lo sento. E nonostante ogni mio proposito, mi lascio vincere ogni volta che mi appresto a combattere. Perché non sono donna, sono solo fuoco che arde, a cui basta una brezza leggera per aizzarsi e costruirsi incendio del cuore, dell’amore, del desiderio.

Diventammo schiavi bohémien

Dico che tra le lenzuola

non si trovi l’amore.

Bacco, arguti piani

ha steso su lastre di vento.

E io a prendere

il retino

sernza fermarmi a

respirare.

Ché avrei vissuto

più del tempo,

ché avrei vissuto

più del nomade.

Diventammo

schiavi bohémien,

ma non posso

trovare l’amore

tra le lenzuola.

Non sono vera,

fertile poetessa,

ma donna orgogliosa

incatenata a se stessa.